Perché siamo attratti dallo zucchero e cosa ci rende schiavi? La voglia di zucchero è qualcosa di antico, in realtà è un sistema di sopravvivenza perfezionato in milioni di anni. Il nostro cervello non desidera lo zucchero, bensì lo sicurezza che rappresentava nel mondo primitivo, dove gli alimenti potevano non essere sempre disponibili. Infatti, questa preziosa risorsa sotto forma di energia immediatamente disponibile, contenuta in frutti, miele e alcune radici, induceva al consumo per conservare carburante, da utilizzare in periodi di magra. Diverse ricerche scientifiche hanno evidenziato la presenza di un asse potentissimo intestino-cervello (Gut-brain axis), quando le cellule intestinali avvertono la presenza di glucosio, rilasciano peptidi (Glp-1, YY) che segnalano sazietà e modulano il sistema di ricompensa celebrale. Più zucchero equivale alla produzione di un segnale alterato. Le cellule del nostro organismo preferiscono questo carburante, provocando però a lungo andare un alterazione degli organelli che producono energia (mitocondri), quest’ultimi diventano meno bravi ed efficaci a produrre energia da fonti alternative (grassi). Quando si introduce meno glucosio, il corpo mandi segnali diversi: irritabilità, annebbiamento cognitivo, fame, ecc… Non è solo debolezza psicologica, ma una vera e propria mancanza di capacità ad utilizzare carburante energetico diverso. Inoltre, i batteri presenti nel nostro intestino (microbiota) sono capaci di produrre segnali biochimici che inducono il consumo di zucchero.

L’eccesso di questo nutriente provoca diverse alterazioni metaboliche, quali ad esempio l’aumento stabile della glicemia, con conseguente glicazione delle proteine, aumento di tessuto adiposo, insulino resistenza, infiammazione di basso grado costante che a sua volta determina la possibilità di sviluppare numerose patologie. La notizia positiva è che possibile bloccare queste alterazioni endocrine e metaboliche, consumando meno zuccheri in generale e glucosio in particolare, facendo attività fisica anche a digiuno con l’utilizzo dei grassi come carburante e periodi di digiuno intermittente. Queste strategie inducono i mitocondri ad utilizzare i grassi di deposito come fonte di energia, rimodulando il metabolismo verso una migliore efficienza energetica.

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