Lesione legamentosa

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La lesione legamentosa interessa i legamenti che sono delle strutture fibrose deputate al contenimento delle articolazioni del corpo umano. “Legano" le ossa fra loro, rientrando così, come la capsula articolare, tra i mezzi di fissità delle articolazioni mobili. A seguito di un trauma i legamenti possono subire dei danni e in alcuni casi lacerarsi completamente. Una volta effettuata la diagnosi di lesione legamentosa, da parte di un medico specialista fisiatra o ortopedico, la scelta del tipo di trattamento dipende da vari fattori come:

  • quale legamento si è lesionato
  • il grado di instabilità articolare
  • l’età del paziente
  • lo stile di vita che svolge abitualmente.

È fondamentale corredare la visita clinica con esami radiologici come l’ecografia e/o in casi selezionati la RMN. In base ai fattori sopra elencati e alla gravità della lesione legamentosa sarà possibile scegliere la cura migliore, che nella maggioranza dei casi è conservativa (ad esempio nei casi di lesione dei legamenti collaterali del ginocchio), cioè non necessita di intervento chirurgico. In alcuni casi specifici, si rende necessario immobilizzare il ginocchio con un apparecchio gessato o un tutore in moda tale da sopperire all’instabilità articolare.

I legamenti scheletrici guidano e limitano i nostri movimenti, impedendo che traumi e sollecitazioni eccessive arrechino danni alle articolazioni e facciano perdere la normale connessione tra le ossa.

Strutturalmente i legamenti sono costituiti per il 75% circa da fibre di collagene di tipo 1, un tessuto particolarmente resistente e quasi del tutto anelastico, mentre una piccola porzione è composta da fibre altamente elastiche, che hanno la funzione di proteggere il legamento nei movimenti articolari improvvisi accompagnando dolcemente l’articolazione stessa. Queste fibre però se sottoposte a carichi elevati si rompono, innescando un meccanismo di difesa per evitare di coinvolgere altre strutture anatomiche.

Hanno inoltre un ruolo propriocettivo: attraverso i recettori nervosi (ad es. i meccanocettori) contenuti al loro interno, informano il cervello (sistema nervoso centrale) sulle condizioni dell’articolazione a cui appartengono, in modo che esso possa agire sulla postura e l’equilibrio attraverso la modulazione del tono muscolare. Chiaramente affinché il cervello possa attuare strategie efficaci deve incrociare queste informazioni con quelle provenienti da altre strutture contenenti i medesimi recettori: muscoli, tendini, capsule, oltre che le informazioni provenienti dal sistema vestibolare dell’orecchio, dall’appoggio plantare e dall’occhio. Tutte queste strutture formano il sistema tonico posturale.

I legamenti quindi insieme alle strutture capsulari fanno parte dei regolatori della cosiddetta “stiffness passiva”, ultimo baluardo dell’apparato locomotore per opporsi a sollecitazioni meccaniche lesive. Anche i legamenti però hanno dei limiti di resistenza a traumi e sollecitazioni che possono portare ala lesione. Queste lesioni possono essere appunto traumatiche o degenerative. In quest’ultimo caso provocate dall’esposizione a sollecitazioni traumatiche submassimali ma ripetute nel tempo, causando micro-rotture del legamento seguite da reazioni infiammatorie che generano in alcune circostanze calcificazioni nei tessuti legamentosi interessati.

Le lesioni si dividono in 4 gradi a seconda dell’entità del trauma subito:

  • Grado 0: trauma articolare in assenza di danno anatomico a carico dei legamenti;
  • Grado 1: trauma lieve che causa una distrazione del legamento (danno a livello microscopico ma senza interruzione di continuità);
  • Grado 2: trauma di media entità con rottura parziale del legamento (interruzione di alcune fibre);
  • Grado 3: trauma di grave entità che provoca la lesione completa del legamento.

I meccanismi lesivi sono associati a traumi articolari, come distorsioni e/o lussazioni, attraverso cui i legamenti vengono sollecitati oltremodo. Alcuni esempi statisticamente più frequenti di lesioni legamentosa:

  • Lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio, che si rompe essenzialmente per traumi di tipo distorsivo in flessione di ginocchio (ad esempio se il piede rimane bloccato al suolo mentre il ginocchio compie un movimento rotatorio nel quale la tibia ruota esternamente)
  • Lesione del legamento peroneo-astragalico anteriore della caviglia (ad es. a causa di un’imperfezione nel terreno, nell’atterraggio dopo un salto o a seguito di uno scarto in cui il piede subisca un brusco trauma in inversione compiendo un movimento in varo, supinazione e flessione plantare oltre i limiti fisiologici biomeccanici dell'articolazione.
  • Distrazione dei legamenti acromion-claveari nei traumi lievi che coinvolgono la spalla, rottura dei legamenti acromion-claveari con sublussazione acromion-claveare nei traumi più forti e la lussazione con rottura completa di tutti i legamenti acromion-claveari e coraco-clavicolari nei traumi più violenti (ad es. dovuti a impatto diretto o indiretto con lussazione della spalla).

Terapia: il percorso terapeutico raramente è chirurgico, nella maggioranza dei casi si ricorre alla fisioterapia attraverso il protocollo PRICE (protezione, riposo, ghiaccio-ICE, compressione, elevazione) e specifiche terapie strumentali volte a trattare l’infiammazione ed evitare che il tono muscolare diminuisca nella fase di riposo o che i tessuti tendinei e legamentosi perdano lunghezza. In questo modo l’approccio fisioterapico già dalle prime ore dopo la lesione ridurrà il rischio di complicanze come la rigidità articolare e favorirà una riparazione tissutale migliore accorciando inoltre i tempi di recupero.

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