Digiuno prolungato: rischi e benefici

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Per digiuno prolungato si intende un’astensione calorica completa o quasi completa che supera le 48 h e può protrarsi per diversi giorni o settimane.
Questa pratica distinta, distinta dai protocolli di digiuno intermittente, produce adattamenti metabolici profondi, come chetogenesi, risparmio proteico parziale e variazioni del metabolismo ormonale, ma espone anche a rischi clinici significativi che aumentano progressivamente con la durata.

Digiuno prolungato rischi e benefici 2

Tra le complicanze più frequenti vi sono gli squilibri idroelettrolitici, con iponatriemia da eccesso di acqua libera e ridotto apporto di soluti, ipokaliemia e ipomagnesiemia da ridotta introduzione e da spostamenti intracellulari. Queste alterazioni possono predisporre ad aritmie ventricolari, sino a morte improvvisa,
soprattutto in soggetti con cardiopatie sottostanti o che assumono farmaci che prolungano l’intervallo QT. Anche l’ipoglicemia, rappresenta un rischio concreto: l’organismo tende a compensare con glicogenolisi e chetogenesi, ma in individui magri, epatopatici o in terapia con insulina e sulfaniluree, si possono osservare episodi ipoglicemici sintomatici, con possibile danno neurologico. In alcuni casi,
inoltre, si può sviluppare la cosiddetta cheto acidosi da digiuno, caratterizzata da acidosi metabolica anche in soggetti non diabetici.
Sul piano muscolare e osseo, il digiuno prolungato determina perdita di massa magra e riduzione dei marcatori di formazione ossea, con aumentato rischio di osteopenia e fratture, soprattutto negli anziani e nelle donne. Uno dei momenti più delicati è tuttavia la rialimentazione. Dopo un digiuno superiore a 3-5 giorni, la reintroduzione rapida di carboidrati stimola una massiva secrezione di insulina e determina un
repentino shift intracellulare di fosfato, potassio e magnesio, con comparsa di ipofosfatemia grave, aritmie, insufficienza cardiaca. Questo quadro noto come “Refeeding Sindrome” è ampiamente descritto nella letteratura clinica che ha richiesto protocolli specifici, che prevedono supplementazione di tiamina ed elettroliti e rialimentazione graduale: il rapido dimagrimento favorisce la formazione
di calcoli biliari sintomatici.
Dal punto di vista cardiovascolare, il digiuno prolungato si associa a bradicardia, ipotensione ortostatica e allungamento del QT. Sul piano endocrino-metabolico, si osservano un aumento del cortisolo, variazioni ormonali tiroidee e segnali di infiammazione metabolica con attivazione piastrinica, con possibili effetti pro-trombotici. E’ quindi evidente che tale pratica non può essere intrapresa senza una stretta supervisione medica, risultando controindicata in gravidanza, allattamento, età pediatrica, anziani fragili, paziente con diabete in terapia insulinica, cardiopatie, epatopatie e insufficienza renale.
La letteratura documenta casi di iponatriemia, cheto acidosi, sincopi e aritmie in contesti non sorvegliati, mentre la rialimentazione inappropriata costituisce la fase più pericolosa. In sintesi, il digiuno oltre le 72 h comporta rischi clinici che superano i potenziali benefici e la sicurezza è garantita solo in ambiente medicalizzato. Per obiettivi come il controllo del peso, della glicemia e della pressione arteriosa, gli approcci ipocalorici strutturati e individualizzati restano la strategia con il migliore rapporto rischi-beneficio.
La bibliografia internazionale suggerisce quindi che, al di fuori di contesti di ricerca o di programmi ospedalieri strutturati, il digiuno prolungato non debba essere proposto come intervento terapeutico di routine.

Maria Macchi
AUTORE

Maria Macchi

Medico Endocrinologo

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